venerdì, luglio 10, 2009

L'accordo sul clima è buono proprio perché finto

di Fausto Carioti

Anche a sinistra sono in pochi a dirlo, perché lì sopra c’è la firma di Barack Obama, e qualunque cosa faccia il Messia è per definizione equa, solidale ed eco-compatibile, oltre ad essere ovviamente un successo. La verità, però, è che, al di là della solita prosopopea di rito, l’accordo sulle politiche per il clima raggiunto all’Aquila - ridurre del 50% le emissioni di gas serra entro l’anno 2050, senza prevedere target intermedi - è un accordo fittizio, perché rimanda tutto a babbo morto. Nonostante questo, non è stato accettato da molti Paesi, incluso quello che emette più anidride carbonica di tutti, cioè la Cina. Così, quando i vertici italiani di Greenpeace si lamentano perché quella del G8 è un’intesa «generica», che si limita a «contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i 2 gradi, senza un piano chiaro, senza investimenti e senza obiettivi», dicono una cosa vera. La bella notizia è che - proprio per i motivi per cui agli eco-catastrofisti non piace - quello trovato in Abruzzo è un buon accordo.

Nella dichiarazione dei leader del G8 siglata mercoledì si stabilisce di «condividere con tutti i Paesi lo scopo di raggiungere una riduzione pari almeno al 50% delle emissioni globali entro il 2050» e di «appoggiare l’obiettivo dei Paesi sviluppati di ridurre le emissioni complessive di gas serra almeno dell’80% entro il 2050 rispetto al 1990 o agli anni più recenti». Quest’ultima condizione, che rende i vincoli ancora più laschi, è stata chiesta da Obama: il presidente statunitense ha già faticato tanto per ottenere dalla Camera il via libera a dimezzare entro il 2050 le emissioni del 2005, e mai riuscirebbe ad avere semaforo verde per un obiettivo più ambizioso.

Ieri il G8 si è allargato ad altri Paesi, e questo ha reso ancora più evanescenti gli obiettivi fissati il giorno prima. Il consesso dei diciassette, che raggruppa i Paesi del G8, le principali economie emergenti e la Danimarca (che a dicembre ospiterà la prossima conferenza mondiale sul clima), non è riuscito a raggiungere l’intesa sull’obiettivo di dimezzare le emissioni nei prossimi quarant’anni, che a questo punto vincola solo i membri del G8. Ma così, oltre a essere calibrato su un futuro lontano, l’accordo diventa inutile. Perché la prima a non accettarlo è la Cina, che già adesso è il Paese che produce più anidride carbonica al mondo e, se non adotterà interventi, da qui al 2030 raddoppierà le sue emissioni. Altro che dimezzamento.

Un dramma per le sorti del pianeta, come qualcuno oggi vorrà farci credere? Manco per niente. Il messaggio che i leader internazionali spediscono al mondo dall’Abruzzo è realistico e molto sensato: non hanno alcuna intenzione di ridurre ancora di più lo sviluppo per star dietro alle smanie eco-catastrofiste di Al Gore e di certe associazioni ambientaliste. Meglio procedere in modo graduale. Obama, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, Silvio Berlusconi e gli altri, inclusi quelli che arriveranno al governo nei prossimi anni, faranno quello che potranno. Useranno la leva verde per finanziare con denaro pubblico la costruzione di centrali elettriche a zero emissioni di anidride carbonica (in altre parole avremo più centrali nucleari), per agevolare l’innovazione dei costruttori di automobili, delle imprese che producono materiale per l’edilizia e di chiunque abbia un business legato all’emissione di CO2 e al risparmio energetico (la lista degli interessati è molto lunga). Nell’immediato quello dell’ecologia sarà anche un buon pretesto per usare i soldi dei contribuenti allo scopo di sostenere l’occupazione nelle aziende impantanate nella crisi economica. Più di questo, però, non hanno intenzione di fare.

Toccherà a chi siederà al loro posto tra qualche decennio decidere se insistere e puntare davvero a dimezzare le emissioni, o far fare all’accordo raggiunto ieri la fine del trattato di Kyoto, che imponeva di tagliare le emissioni dei gas serra del 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012, ed è fallito perché nessun Paese era disposto a rovinarsi per contrastare un “global warming” su cui ci sono più dubbi di quanti se ne ammetta in pubblico. Sarà un caso, infatti, ma i tempi lunghi che sono stati previsti all’Aquila dovrebbero servire anche a far luce sull’aspetto scientifico della questione. A capire, cioè, se davvero la Terra vada verso il surriscaldamento e se l’uomo c’entri qualcosa. Perché non è affatto vero quello che dicono gli eco-allarmisti, e cioè che il 99 per cento della comunità scientifica è convinta che la risposta alle due domande sia “sì”. Per dire: i repubblicani americani hanno presentato al Senato un rapporto di minoranza in cui sono raccolti i pareri di 650 scienziati, inclusi alcuni premi Nobel, che la pensano esattamente al contrario. I leader convenuti al G8 non potevano dare ragione a questi “negazionisti”, le cui teorie sono ritenute politicamente scorrette. Potevano però spostare il momento della verità al 2050, ed è proprio quello che hanno fatto. Segno che nessuno di loro crede davvero che l’apocalisse climatica sia dietro l’angolo.

© Libero. Pubblicato il 10 luglio 2009.

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martedì, luglio 07, 2009

Trappola porno per il G8

di Fausto Carioti

Ancora poche ore e sapremo di cosa sono fatte le pallottole che gli avversari di Silvio Berlusconi hanno tenuto in serbo per sparargliele durante il vertice G8, e sapremo se la vittima designata riuscirà a schivarle. Sono momenti cruciali, che il presidente del consiglio sta vivendo con l’ansia che meritano le grandi sfide della vita. La cancellazione della puntata di Porta a Porta prevista per ieri sera, dove sarebbe stato protagonista assoluto, e di tutti gli altri appuntamenti in agenda per questi due giorni, con l’esclusione della inderogabile comparsata di ieri accanto al presidente cinese Hu Jintao, conferma che Berlusconi intende mantenere il più basso profilo possibile, e accredita l’impressione di un premier col fiato sospeso.

Girano voci incontrollate, come sempre avviene in simili occasioni. Si parla con insistenza di scatti fotografici clandestini che ritrarrebbero il premier e un suo illustre ospite internazionale in posizione gaudente assieme a qualche signorina ai bordi della piscina di villa Certosa. Immagini di cui sarebbe al corrente anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il quale, proprio per questo, nei giorni scorsi avrebbe chiesto a tutti i protagonisti del teatrino una «tregua nelle polemiche» sino alla fine del G8, che vedrà l’Italia sotto i riflettori del mondo. Ma Napolitano, come noto, ha ricevuto una risposta da Repubblica la cui sostanza, depurata dei convenevoli, era chiara: nessuna tregua a Berlusconi.

Anche se le voci sulle fotografie dovessero rivelarsi vere, in quelle immagini non ci sarebbe nulla di rilevante da un punto di vista penale. Ad essere interessato sarebbe solo il basso ventre dei guardoni. Ma si punta a diffondere gli scatti fatti da Antonello Zappadu - o da qualcuno per conto suo - in sincronia con l’avvio del vertice, dove Berlusconi starà gomito a gomito con Barack Obama e gli altri grandi leader internazionali, proprio per massimizzare l’impatto mediatico e politico della vicenda. Assieme a queste immagini, che dovrebbero apparire forse oggi stesso nell’edizione cartacea o sul sito web di un grande quotidiano internazionale interessato a fare la pelle al premier (la lista è lunga), i nemici di Berlusconi contano di far uscire l’ennesima rivelazione da Bari. Dove la signorina Patrizia D’Addario sembra aver detto tutto quello che aveva da dire, e la sua figura è stata ben inquadrata, anche grazie al ritratto non proprio lusinghiero che ne hanno fatto le amiche. Ma tanto lei quanto le professioniste sue colleghe sono capaci di colpi di scena: hanno fiutato che questo è il loro momento, forse l’ultimo grande treno della loro vita, e intendono giocarsi l’occasione sino in fondo. Il libro che la D’Addario ha annunciato di voler scrivere la dice lunga.

Di sicuro chi intende terrorizzare palazzo Chigi non si sta risparmiando nessuno sforzo. L’editoriale apparso ieri su Repubblica era tutto un “avvertimento”. Si avvisava Berlusconi che i media internazionali rafforzeranno «i loro sforzi per offrire alle opinioni pubbliche occidentali una rappresentazione più puntuale e documentata dell’uomo che governa l’Italia». Si annunciava che presto il presidente del consiglio si «renderà amaramente conto» di quello che si pensa di lui negli altri Paesi e si chiudeva il salmo in gloria: «Non era senza fondamento il vaticinio che il capo del governo avrebbe trascinato nel suo declino l’intero Paese».

Massimo D’Alema si accoda e ci spera. Tanto che domenica sera, alla festa del Pd, ha detto senza giri di parole che la resa dei conti è imminente: l’Italia si avvia verso un «periodo di incertezza» e a breve potrebbero «aprirsi scenari imprevedibili». Questi libertini convertiti al moralismo si sono ridotti anche a fare da chierichetti ai vescovi italiani. Gli stessi prelati che irridono ogni qual volta esprimono il loro parere sull’eutanasia o sull’aborto o sulla morale sessuale, diventano una voce autorevole che nessuno può ignorare quando sembrano fare la predica a Berlusconi.
Una strategia che sembra comunque avere effetti, se è vero che domenica da palazzo Chigi, dopo la fuga di notizie su quanto sta per accadere, è partito un comunicato “preventivo” in cui si affermava che «le immagini descritte che si vorrebbero pubblicare non corrispondono a fatti avvenuti e sono certamente frutto di manipolazioni o fotomontaggi digitali».

Ma non è detto che le cose debbano andare come sperano D’Alema e Repubblica. C’è un’altra strada che può prendere il destino di Berlusconi. Un futuro possibile nel quale le fotografie che i suoi avversari faranno pubblicare dai giornali stranieri aggiungono poco o niente al nulla che si è visto negli scatti diffusi sinora, e nel quale la D’Addario e le altre “escort” che si vantano di aver messo piede a palazzo Grazioli insistono a rimestare i soliti veleni nel mortaio, perché altro non c’è. Dovessero andare davvero così le cose, Berlusconi potrebbe guardare con ottimismo al resto della legislatura. L’unica cosa sicura, in questa vicenda, è che tutte le cartucce che i suoi nemici hanno a disposizione gliele spareranno addosso da qui al culmine del G8, perché solo così possono sperare di infliggere al premier un colpo letale. E se non ce la fanno adesso, buttarlo giù dopo sarà quasi impossibile.

© Libero. Pubblicato il 7 luglio 2009.

Aggiornamento. Intanto il primo siluro di Repubblica si rivela un flop. Aspettiamo il resto.

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lunedì, luglio 06, 2009

"Berlusconi spiato da uomini dei servizi per conto delle procure". Intervista a Cossiga

di Fausto Carioti

A rompere la monotonia di un sabato afoso di luglio ci pensa Francesco Cossiga. È quasi mezzogiorno quando il presidente emerito della Repubblica invia una lettera aperta a Francesco Rutelli, presidente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, incaricato di controllare l’attività dei servizi segreti italiani. Pura dinamite: Cossiga parte da quanto detto da Umberto Bossi a Berlusconi («Invece di farsi accompagnare dai servizi segreti, è meglio farsi accompagnare dalla gente della Lega e dalla polizia normale, come faccio io. I servizi sono una brutta roba»), ma si spinge molto più in là di quanto fatto dal leader leghista. Il senatore a vita sostiene di aver raccolto «voci che circolano negli ambienti d’istituto», secondo le quali «agenti di un servizio nazionale di informazioni e sicurezza, pur non ricoprendo la qualifica di ufficiali o agenti di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria ordinaria o militare, avrebbero collaborato con magistrati delle procure della Repubblica di Milano, Bari, Roma e Tempio Pausania, anche garantendo la segretezza dei loro contatti e delle loro comunicazioni in relazione a materie da dette procure della Repubblica in corso di trattazione e aventi relazioni con la persona, i fatti e i comportamenti dell’onorevole Silvio Berlusconi». Cossiga chiede quindi a Rutelli di far aprire dal Copasir una nuova inchiesta. Insomma, come spesso accade con lui, c’è al fuoco tanta di quella carne che vale la pena di parlarci un po’. Se non altro per capire bene dove voglia andare a parare.

Presidente, uno che legge la sua lettera capisce che, secondo lei, all’interno dei servizi segreti c’è chi spia Berlusconi. È questo che crede?
«Sì».

E questo spionaggio avverrebbe per conto delle procure di «Milano, Bari, Roma e Tempio Pausania»?
«Diciamo che ci ho messo qualche procura in più, per non far capire quali fossero quelle cui alludevo. Mi interessava che chi deve capire capisca. Ma sa cosa è che mi spaventa davvero?».

Cosa?
«Mi spaventa il fatto che io, che oggi sono al di fuori del circuito del potere, praticamente privo di contatti con qualsiasi nuovo uomo della politica, venga a sapere queste cose, mentre tutti gli altri fanno finta di niente o non se ne accorgono».

Lei parla di «voci che circolano».
«Me le hanno sussurrate».

Può essere più chiaro? Come è venuto a sapere queste cose?
«Non certo da un tipo che passava per strada. Vi è qualcheduno, all’interno dei servizi, che è venuto a raccontarmele».

Perché proprio a lei?
«Probabilmente perché io, in passato, nel loro mondo ho svolto qualche ruolo».

Lei mantiene una certa autorità morale sull’ambiente, mettiamola così.
«Li conosco bene. Conosco tutto questo mondo, non solo italiano, ma anche estero. Vengono da me persone che non avrebbero nessun motivo di venire, sia italiani sia stranieri, per discutere di questi problemi».

E qualcuna di queste persone…
«È venuta da me a raccontarmi queste storie. Che potranno anche non essere vere, per carità. Anche se me le hanno riferite con una dovizia di particolari molto maggiore di quella usata da me nel riferire ciò che mi era stato raccontato. Avendo io acquisito negli anni una mentalità riservata, mi sono limitato ad accennare a certi episodi, dato che il mio scopo è solo informare chi deve essere informato».

Lei dice di parlare con personaggi dei servizi italiani e stranieri. È italiano chi le ha fatto questi racconti sulle “attenzioni” cui è sottoposto Berlusconi?
«Sì».

«I servizi prima usavano le bombe, ora usano le donne», dice Bossi. Sembra la roba che organizzava il suo amico Marcus Wolf per la Stasi, la polizia politica della Germania orientale. Ritiene possibile che simili cose avvengano anche oggi in Italia?
«Marcus Wolf era davvero mio amico. Ma quella di usare le donne è una cosa che hanno fatto sempre tutti. È una vecchissima pratica».

E lei ritiene che qualcuno possa averla fatta anche questa volta ai danni di Berlusconi?
«No, questo no».

Quindi lei dell’allarme di Bossi…
«Condivido il senso politico, non la circostanza delle donnine».

Chi potrebbe essere interessato a spiare il premier? I servizi ufficiali, un loro ramo “deviato” o singoli agenti interessati ad arrotondare la paga mensile?
«Questo non lo so. Comunque è gente che ha un’esperienza di questo genere. O è gente che è nei servizi, o è gente che c’è stata. Qui le cose strane sono tante».

Ad esempio?
«Il pranzo di Berlusconi con i magistrati della Corte Costituzionale. Nel racconto che ne è stato fatto qualche giorno dopo - perché è così che si fa, non si dice subito, bisogna sempre aspettare un po’ - mancava solo il menù».

Verrebbe da pensare a una intercettazione di tipo ambientale.
«Certamente».

Altre stranezze?
«I raccontini piccanti relativi a via del Plebiscito. E non mi meraviglia la quantità delle fotografie che hanno potuto riprendere in Sardegna. Sempre che si tratti di fotografie e non di fotogrammi tratti dalla ripresa di una videocamera. Potrebbero aver usato anche una macchina fotografica telecomandata. Ce ne sono di tutti i tipi, basta metterne una su un albero o su un palo».

Si stupirebbe se altri parlamentari, magari membri del Copasir, fossero oggetto dell’attenzione di uomini dei servizi?
«No, assolutamente. Di sicuro, qui non c’è differenza tra maggioranza e minoranza. Non molto tempo fa parlavo al telefono con una persona importante dell’opposizione, un senatore. A un certo punto abbiamo smesso di parlare, perché avevamo capito che in quella conversazione c’era un terzo, che ascoltava e non parlava».

Pare essere un lavoro di ordinaria amministrazione.
«Fare queste cose è facilissimo. Non occorre essere degli 007. Ricorda quando il Copasir si interessò del fatto che con poca spesa, oggi, si possono avere dei software che inviano sms a un telefonino per poi metterlo sotto controllo?».

Chi dovrebbe capire se da qualche parte, nei servizi, c’è del marcio?
«Ai miei tempi i servizi avevano i cosiddetti “affari interni”, come quelli che si vedono nei film americani».

Che fine hanno fatto?
«Non lo so. Quello che so è solo che dire che la legge che regola i servizi è fatta male, è dire poco. Come mi disse un personaggio il cui nome non cito, si vede che è stata fatta da persone che non sapevano nemmeno lontanamente cosa fossero l’intelligence e la counter-intelligence».

© Libero. Pubblicato il 5 luglio 2009.

Post scriptum. Qui le prime reazioni all'articolo che avete appena letto.

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mercoledì, luglio 01, 2009

Indovina chi ha fatto deragliare il treno

di Fausto Carioti

L’appello di Giorgio Napolitano a evitare polemiche ha avuto effetto solo per poche ore. Sino a quando un treno merci carico di gas di petrolio liquefatto è deragliato nella stazione di Viareggio, provocando una strage. Con i corpi delle vittime ancora sul luogo del disastro, una parte dell’opposizione non ha resistito alla tentazione di strumentalizzare quei morti per dare la colpa, anche di questo, a Silvio Berlusconi e al suo governo. Dove non sono arrivate le veline in topless e le escort in minigonna, qualcuno spera di arrivare con i cadaveri carbonizzati. Sebbene - come è ovvio - non vi sia ancora nulla di chiaro nelle cause dell’incidente. Non si sa se la responsabilità sia delle Ferrovie, dei macchinisti, della società austriaca proprietaria dei vagoni-cisterna carichi di Gpl, di chi li ha presi in affitto o di qualcun altro. Ma sono dettagli insignificanti, per chi è convinto che la colpa sia sempre e comunque della solita persona.

Tipo il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, che riesce a vedere la mano invisibile del libero mercato persino dietro a un deragliamento avvenuto sui binari delle Ferrovie dello Stato: «Quella di Viareggio non è una disgrazia, ma l’esito statisticamente prevedibile di una politica ferroviaria che bada solo all’immagine e ai profitti. Il governo ne è il principale responsabile». E tanti saluti al Quirinale e ai suoi appelli a non sparare cavolate fino al termine del G8. Oppure i Verdi, che ne approfittano per chiedere le dimissioni del ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, e parlano di «una tragedia ampiamente annunciata, che si sarebbe potuta evitare se invece di destinare le risorse quasi esclusivamente sulla Tav si fosse investito in sicurezza e qualità del servizio».

Quello della «tragedia annunciata» è il ritornello più facile, che pur senza conoscere i fatti intonano in tanti, dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ai parlamentari dell’Udc. E se la strage era «annunciata», «prevedibile», è ovvio che a palazzo Chigi qualcuno ha fatto finta di non sentire il campanello d’allarme che suonava. Danno la colpa alle risorse investite nell’alta velocità voluta da Berlusconi anche i Comunisti italiani. Mentre il segretario del Pd toscano sostiene che «la tragedia di Viareggio richiama ancora una volta alla responsabilità governo e Trenitalia» e nel suo partito c’è chi coglie l’occasione per chiedere al premier di rinunciare alle «opere infrastrutturali faraoniche» e di bloccare «la liberalizzazione ormai prossima del servizio ferroviario passeggeri».

Insomma, molti non hanno l’accortezza di aspettare la conclusione delle inchieste né di rispettare la tregua chiesta da Napolitano, preferendo sfruttare l’onda dell’emozione per portare acqua al loro mulino. Eppure parlare a ragion veduta converrebbe a tutti: se dovesse essere dimostrato che la colpa ricade davvero sulla politica dei trasporti, ad esempio, chiamati in causa sarebbero - in misura non molto diversa - governi di destra e sinistra, Ferrovie dello Stato e sindacati. Questi ultimi, spingendo affinché le risorse a disposizione fossero destinate soprattutto al personale (ad esempio arroccandosi sulla figura del secondo macchinista, scomparso da tempo in tutto il resto d’Europa), hanno inevitabilmente sottratto investimenti alle nuove tecnologie per la sicurezza.

Di sicuro, per il presidente del Consiglio questo non è un periodo fortunato. Non passa giorno senza che debba affrontare un problema da prima pagina, si tratti del terremoto in Abruzzo, delle foto di Antonello Zappadu, dei racconti di Patrizia D’Addario o di un’ecatombe ferroviaria in Toscana. L’unico dato positivo per lui e per gli elettori, a volerlo proprio cercare, è che tragedie come quella di ieri permettono almeno di giudicare il governo e il premier per quello che fanno sul serio, non per quanto raccontato ai giornali da signorine di dubbia reputazione. In queste settimane gli italiani hanno dimostrato di essere assai meno moralisti e bacchettoni di come li vorrebbero certi quotidiani, e non si sono fatti turbare dalla vista di una velina in perizoma né da un Topolánek nudo ai bordi della piscina di villa Certosa. Ma non saranno altrettanto indulgenti se il governo non rispetterà le promesse fatte per la ricostruzione dell’Aquila o mostrerà di non sapere affrontare emergenze come quella di Viareggio, che ha già creato mille sfollati.

Berlusconi è andato al governo sulla base di un progetto di modernizzazione del Paese ed è giusto che sia la sua capacità di portare a termine questo disegno a bocciarlo o promuoverlo. A chi usa i morti per chiedere all’esecutivo di ripensare l’alta velocità, di fare marcia indietro sulle grandi opere e di rinunciare al disegno di cambiare l’Italia, il premier deve rispondere con un colpo di acceleratore, spiegando agli italiani che mezzi e strutture più moderni sono anche garanzia di maggiore sicurezza per tutti. Assecondare chi lo vuole imbalsamare toglierebbe invece senso all’esistenza del suo governo e significherebbe il tradimento del suo patto con gli elettori.

© Libero. Pubblicato il 1 luglio 2009.

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martedì, giugno 30, 2009

Dall'Espresso al Times, dal Times a Repubblica: ecco come funziona

Di Fausto Carioti

È una storia istruttiva. Anche divertente, se uno non si chiama Silvio Berlusconi. Istruttiva perché illustra bene a che livello sia giunto certo giornalismo inglese anche in quella che dovrebbe essere la sua istituzione più prestigiosa, il quotidiano londinese “The Times”, di proprietà di Rupert Murdoch. Divertente perché spiega come, persino nell’epoca di Internet, la stessa notizia riesca ad andare da largo Fochetti, sede dell’Espresso, a largo Fochetti, nell’adiacente sede di Repubblica, passando per Londra, ma rimanendo sempre incredibilmente nuova e miracolosamente vergine.

Succede che il settimanale di Carlo De Benedetti, nel suo ultimo numero, attacchi Silvio Berlusconi citando confidenti anonimi, ai piani alti del PdL, che sputano veleno sul premier. Fin qui, tutto nell’ordine delle cose. Poi, però, accade che il Times di Londra copi l’Espresso. Letteralmente. Nel senso che fa un vero e proprio copia-e-incolla del lavoro di retroscena già apparso sul magazine italiano. Prendendo tutto come oro colato, soprattutto quelle mefitiche confidenze anonime riportate tra virgolette. E lo fa senza nemmeno citare la “fonte”. Cosa che sarebbe doverosa sia per rispetto dell’Espresso sia - soprattutto - per correttezza verso i propri lettori, che avrebbero il diritto di sapere se quelle frasi sono farina del sacco di un giornalista inglese, teoricamente imparziale, o siano prese dal settimanale italiano che ha fatto della distruzione del premier la sua ragione di vita. La chiusura del cerchio avviene su Repubblica di ieri. Dove l’articolo del Times è rilanciato con evidenza, e quelle stesse frasi contro Berlusconi che l’Espresso attribuisce ad alti dignitari del PdL vengono spacciate per uno scoop del quotidiano inglese.

L’articolo dell’Espresso porta la firma di Marco Damilano e s’intitola “Caccia grossa al premier”. Contiene due indiscrezioni forti. La prima riguarda Gianni Letta: «Negli ultimi mesi» il braccio destro del presidente del Consiglio avrebbe preso l’abitudine di non partecipare alle cene di Berlusconi. «Meglio essere prudenti, viste le compagnie non sempre degne di uno statista», scrive Damilano. L’altra cosa interessante è il commento di un personaggio che per anni è stato vicino a Berlusconi «e ora non se la sente più di seguirlo». È una frase che resta impressa: «Berlusconi si è trasformato in un Re Mida all’incontrario: quello che tocca sporca» dice all’Espresso l’anonimo confidente. Ma Damilano, in questa storia di fotocopiatori di articoli altrui, è l’unico che fa davvero il suo mestiere. Si trova le sue fonti anonime dentro al PdL, evidentemente interessate a screditare Berlusconi (ma chiunque ti passi una notizia il suo interesse ce l’ha sempre) e scrive per primo certe cose, del tutto coerenti con la linea editoriale dell’Espresso. Che avrà tanti difetti, ma almeno non pretende di essere un modello di obiettività per il giornalismo mondiale, limitandosi a fornire ai suoi lettori materiale fresco per inveire contro Berlusconi ogni venerdì che Dio manda in terra.

Il Times, invece, dovrebbe essere una cosa ben diversa. Dovrebbe. Perché l’inviato a Bari, John Follain, decide che tutto sommato l’Espresso può essere una buona fonte per raccontare agli inglesi ciò che accade a Berlusconi. E nella edizione domenicale (il “Sunday Times”) scrive: «Insiders say Gianni Letta, Berlusconi’s undersecretary and key lieutenant, has distanced himself from the prime minister and has for several months declined his invitations to dinner. “Berlusconi has turned into the opposite of King Midas: he dirties everything he touches,” a disaffected associate said». La traduzione non serve, la trovate poche righe più sopra: sono le stesse parole già apparse sull’Espresso. Ma ai lettori d’Oltremanica non lo dice nessuno. Se l’autore avesse ammesso che quelle frasi erano prese tali e quali dal magazine arcinemico del Cavaliere, l’articolo apparso sul compassato quotidiano britannico avrebbe perso credibilità. Meglio tacere, allora, anche se così facendo si contravviene alle più elementari regole del giornalismo, quelle che si insegnano nelle scuole: primo, citare sempre la fonte; secondo, controllare sempre le notizie pubblicate dagli altri.

Al resto, come da rodato copione, pensa Repubblica. Che ieri rilancia come inedito il retroscena apparso sul Times. Per chi sa come è andata, l’articolo di Repubblica ha un che di esilarante: «Il Sunday Times, più diffuso tra i domenicali “di qualità”, scrive in una corrispondenza da Bari dell’inviato John Follain che “insiders”, ovvero fonti dell’interno, “dicono che Gianni Letta si è distanziato dal premier e da alcuni mesi declina i suoi inviti a cena”». Dove l’«insider» noi lo conosciamo benissimo: è il giornalista dell’Espresso che il segugio del Times ha copiato senza nominare. Il quotidiano di largo Fochetti cita pure l’immancabile collaboratore «disamorato» del premier che confiderebbe al Times: «Berlusconi si è trasformato nell’opposto di Re Mida, sporca tutto quello che tocca». Ma è la stessa frase pubblicata dall’Espresso che, sciacquata nel Tamigi, torna in riva al Tevere, da dove era partita pochi giorni prima. L’importante, anche in questo caso, è che l’operazione di riciclaggio non venga a galla.

Così abbiamo davanti uno schema chiaro di come funzioni il giochino: l’Espresso spara le sue cannonate su Berlusconi; il Times, zitto zitto, lo copia senza pudore; Repubblica, trionfante, cita le grandi inchieste del Times come la prova definitiva della dimensione internazionale della vicenda. Sarà anche vero, come dicono i nemici del Cavaliere, che il giornale di Murdoch non è di sinistra. Ma dal momento che copia gli house organ della sinistra italiana senza manco cambiare le virgole, non si capisce bene dove sia la differenza. E questo lascia aperte almeno un paio di domande. La prima: cosa ne pensa Murdoch del suo quotidiano più prestigioso che si riduce a copiare i giornali nemici di Berlusconi senza nemmeno avere il buon gusto di citarli? La seconda: è questo riciclaggio occulto degli articoli dell’Espresso quello che il direttore del Times intende per informazione obiettiva e corretta sull’Italia?

© Libero. Pubblicato il 30 giugno 2009.

Qui l'articolo dell'Espresso.
Qui l'articolo del Sunday Times.
Qui l'articolo di Repubblica.

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