mercoledì, novembre 11, 2009

Le ragioni della tregua armata tra Berlusconi e Fini

di Fausto Carioti

Certo, non è finita proprio come voleva Silvio Berlusconi, ma al Cavaliere poteva andare peggio. Anche se i due si detestano, l’accordo politico con Gianfranco Fini per evitare al premier di subire una condanna di primo grado nel giro di pochi mesi è stato trovato. L’intesa è già definita, almeno quanto basta per presentare in tempi rapidissimi il disegno di legge che il Parlamento dovrà poi approvare a tappe forzate. Non è un caso, comunque, che il cammino del provvedimento inizi al Senato, cioè nella Camera in cui Berlusconi ripone più fiducia, che poi è anche quella non presieduta da Fini. E non è un caso nemmeno che, prima di decidere con l’ex leader di An (e con Umberto Bossi) le candidature per le regionali, il leader del PdL voglia assicurarsi di portare a casa il provvedimento che lo toglie dalle grinfie dei magistrati. Insomma, il rapporto umano tra i due è rovinato e difficilmente potrà essere ricomposto, ma la reciproca convenienza costringe Silvio e Gianfranco ad andare ancora a braccetto. Anche perché il provvedimento sulla giustizia che hanno concordato ieri sarà chiamato a superare diversi scogli, primi tra tutti la guerra aperta dei magistrati e le perplessità del Quirinale. E allora il logoratissimo asse Berlusconi-Fini dovrà reggere ancora una volta. Forse l’ultima.

In estrema sintesi, la legge in cantiere prevede per il processo penale una durata massima di sei anni: due per ogni grado di giudizio. Passati due anni senza che sia arrivata la sentenza, il processo si estinguerà e l’imputato non potrà più essere processato per quel reato. Anche se non si tratta della riduzione secca dei tempi di prescrizione, alla quale Fini si è opposto, gli effetti pratici non dovrebbero poi così diversi, almeno nel caso del processo Mills. Per evitare un’amnistia mascherata, il campo d’applicazione della legge è stato ristretto il più possibile: a beneficiarne saranno solo gli incensurati sotto processo per reati non gravi (niente mafia, terrorismo e rapine insomma, e si spera che anche gli accusati di stupro non possano approfittarne). La norma varrà pure per i processi pendenti, purché siano nella fase di primo grado. Inutile dire che le vicende del premier ricadono tra quelle oggetto della legge. Per rendere il tutto più presentabile, è previsto lo stanziamento di nuovi fondi per la giustizia: a Berlusconi il compito di convincere Giulio Tremonti a mettere mano al portafogli.

A conferma del fatto che dietro c’è l’impegno ufficiale di tutto il partito, il disegno di legge sarà firmato dai capigruppo del PdL o addirittura da tutti i senatori azzurri. L’idea è quella di approvare il testo entro Natale a Palazzo Madama, per poi vararlo a Montecitorio entro i primi di febbraio. Se al Senato l’atmosfera è tranquilla, lo stesso non si può dire della Camera, dove si dà per scontato che Fini, regolamento alla mano, darà il via libera per sottoporre il testo a voto segreto. E qui si capirà quanto forti sono ancora i mal di pancia dei finiani nei confronti di una legge che, fosse stato per loro, non sarebbe mai stata presentata.

L’arma con cui Berlusconi conta di convincere alleati interni ed esterni al PdL sono le candidature alle regionali. Destinate a restare nel limbo sin quando il Cavaliere non avrà certezza del buon esito del provvedimento sulla giustizia. Due personaggi molto cari a Fini, Renata Polverini e Pasquale Viespoli, sono in corsa per candidarsi, rispettivamente nel Lazio e in Campania, dove le chances di vittoria appaiono alte. Uno dei due dovrebbe essere il candidato del PdL, ma occorrerà il via libera di Berlusconi. Che certo non sarà regalato. Anche la Lega non fa salti di gioia davanti alla legge voluta dal premier, ma le trattative per le candidature al Nord sono talmente promettenti che non vale la pena di mettersi di traverso. Il Carroccio ha chances di portare a casa l’accoppiata Veneto-Piemonte o, in alternativa, la candidatura per la Lombardia: ipotesi che potrebbe avverarsi se Massimo D’Alema, candidato ufficiale del governo italiano, non riuscisse a diventare commissario europeo. In questo caso l’incarico a Bruxelles potrebbe andare a Franco Frattini, che lascerebbe la poltrona di ministro degli Esteri. Per la quale uno dei candidati naturali è Roberto Formigoni, attuale governatore lombardo. Insomma, quando si ha a portata di mano un buon risultato alle regionali il modo di mettersi d’accordo si trova. Berlusconi lo ha fatto capire anche all’Udc. Anzi, a Pier Ferdinando Casini ha offerto più di un ministero in cambio del suo rientro nella maggioranza. Casini nicchia, preferisce la politica dei due forni, ma intanto fa sapere che è disposto a trattare sulla legge che accorcia la durata dei processi.

Dal Pd di Pier Luigi Bersani non ci si attende nulla, essendo sottoposto alla concorrenza elettorale dei giustizialisti dell’Idv. E nulla ci si attende anche dall’incontro che la consulta del PdL avrà oggi con i vertici dell’Anm. Sia il sindacato unico delle toghe sia il loro organo di autogoverno, il Csm, sono sulle barricate, e la legge in arrivo non rasserenerà gli animi. Resta il Quirinale. Gli uomini del Cavaliere ostentano sicurezza. Sono convinti che Giorgio Napolitano, davanti al testo concordato da Berlusconi e Fini, non potrà mettersi di traverso, e fanno capire che il dialogo con il Colle sul nuovo provvedimento è già iniziato. Il presidente della Repubblica, però, prima di sbilanciarsi vuole studiare bene la legge in tutti i suoi aspetti. Non sono escluse sorprese.

© Libero. Pubblicato l'11 novembre 2009.

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domenica, novembre 08, 2009

La strategia del gufo

di Fausto Carioti

Se dopo il terzo cuoco in un anno ancora non si capisce se il Pd sia un piatto vegetariano o una bistecca, nouvelle cuisine o pietanza da osteria, forse il problema non è nel nome di chi sta ai fornelli, si chiami Walter Veltroni, Dario Franceschini o - da ieri - Pier Luigi Bersani. Forse il problema è l’idea in sé: il Pd non si sapeva cosa fosse quando è stato fatto e continua ad essere oggetto incomprensibile ancora oggi. A questa conclusione deve essere arrivato anche Bersani, se è vero che ha deciso di rimodellare il Pd facendone l’ennesima incarnazione del Pds. La sua ammissione secondo cui l’addio di Francesco Rutelli non lascia «fronti scoperti» fa capire che i cattolici, nel progetto del nuovo segretario, hanno una funzione poco più che decorativa. Per quelli che, a differenza di Rosy Bindi, rivendicano autonomia di pensiero rispetto agli ex di Botteghe Oscure, la porta è lì: liberi di accomodarsi fuori.

Basta questo salto all’indietro a dare senso al partito? Purtroppo per Bersani - e per fortuna del PdL, che così continuerà a campare di rendita sulle disgrazie altrui - no. Sia perché i tempi sono cambiati, sia perché la forza politica del Pci, ma anche quella di un grande partito riformista di centro-sinistra, il Pd se la sogna. E ieri lo si è capito benissimo, da quello che Bersani ha detto e dai suoi silenzi.
Dire che la giustizia italiana è lenta e va riformata, come ha fatto lui, è una ovvietà: i tre milioni di procedimenti penali e i cinque milioni di cause civili pendenti parlano da soli. Ma parte delle responsabilità di questo sfascio, secondo Bersani, può essere addebitata alla magistratura oppure no? È lecito parlare di separazione delle carriere e riforma del Csm oppure si tratta di «norme punitive», come sostiene il sindacato unico dei magistrati? In altre parole: il Pd di Bersani è forte abbastanza da liberarsi dell’ipoteca delle toghe? Quanta paura ha di scoprirsi sul fianco giustizialista, lasciando spazio all’Italia dei Valori? Il poco che si è capito dal “discorso programmatico” di ieri autorizza a credere che la forza sia poca e la paura tanta.

Nebbia fitta anche sul capitolo welfare, con il neo-segretario in bilico tra ricette interventiste e (rare) suggestioni liberiste. Bersani ieri ha detto che c’è «la necessità di uno sguardo di prospettiva sull’impianto del sistema pensionistico alla luce dei suoi effetti sulle nuove generazioni». Allude a una riforma delle pensioni? Parrebbe, ma allora perché non lo dice in italiano? Anche lui, come i suoi predecessori, ha paura del sindacato? Quando annuncia di voler trovare un posto fisso ai precari, intende cestinare pure l’odiato ma necessario pacchetto Treu, che nel 1997 - con Romano Prodi premier e un certo Bersani ministro dell’Industria - introdusse il lavoro interinale in Italia? E visto che, come avverte lui stesso, «molte piccole e medie aziende non hanno fiato sufficiente per una crisi lunga», che ne sarebbe di queste se non potessero più dosare la forza lavoro a seconda dell’andamento del mercato?

Poche idee ma confuse pure sul fronte internazionale. Il Bersani politicamente corretto ieri ha detto che chi parlava di «scontro delle civiltà» è stato smentito dai fatti. Subito dopo, però, il Bersani realista ha aggiunto che negli ultimi anni sono apparse «nuove fratture, come quella intervenuta tra occidente e mondo islamico»: proprio quello che sostengono Samuel Huntington e gli altri teorici del «clash of civilizations». Il povero iscritto al Pd è autorizzato a non capirci nulla.

Alla fine, l’unica cosa sicura è che Bersani, forse perché consapevole della debolezza del suo partito, conta sulla crisi economica per mettere alle corde Berlusconi: «La crisi non è psicologica, non è una nuvola passeggera, non l’abbiamo alle spalle. Pretendiamo che il governo si rivolga al Parlamento e al paese con un’analisi realistica». Ma “gufare” rischia di essere una strada che porta poco lontano. Anche perché l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha appena certificato che l’Italia è il Paese industrializzato che si sta riprendendo meglio dalla crisi. Dati di dominio pubblico, usciti due giorni fa, ma che il nuovo leader del Pd ha fatto finta di non vedere.

Certo, pesa anche lo spessore politico di Bersani. Che è quello di un apparatnik diligente, un bravo amministratore locale, che però un paio di lustri fa non sarebbe mai potuto arrivare alla guida del primo partito di sinistra. Colpa del serial killer Silvio Berlusconi, che uno dopo l’altro ha fatto fuori tutti quelli che in graduatoria stavano davanti al suo nuovo avversario. Adesso in prima fila c’è Bersani, e dovrà stare attento a non fare la stessa fine di chi lo ha preceduto. Le elezioni regionali sono dietro l’angolo.

© Libero. Pubblicato l'8 novembre 2009.

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venerdì, novembre 06, 2009

Le ragioni dei poliziotti, i torti della sinistra

di Fausto Carioti

Come nei vecchi film di Fantozzi, alla fine la polizia si è incazzata davvero. Solo che stavolta non c’è niente da ridere. Le richieste degli addetti alla sicurezza sono sacrosante e il governo dovrà tenerne conto, anche perché i risultati ottenuti nella lotta alla criminalità si debbono soprattutto al lavoro di poliziotti e carabinieri sottopagati. Chi invece avrebbe buoni motivi per tacere sono i vertici del Pd. Pier Luigi Bersani può permettersi di esprimere «solidarietà» ai poliziotti incavolati per la «situazione pessima» nella quale si trovano solo perché nessuno gli ricorda in pubblico quello che lui sa già benissimo: e cioè che questa «situazione pessima» porta innanzitutto la firma del governo Prodi, nel quale lui era ministro per lo Sviluppo economico. È a quell’esecutivo, infatti, che si deve il contratto in vigore, scaduto nel 2007 e lasciato marcire prima dallo stesso Prodi (malgrado le promesse), quindi dall’esecutivo Berlusconi. Contratto che prevedeva un aumento effettivo di appena 5 euro al mese. Quelli economici, peraltro, non sono gli unici schiaffi che la polizia ha ricevuto dal centrosinistra.

L’opposizione che ora cavalca giuliva la manifestazione dei poliziotti dello scorso 28 ottobre era al governo durante le altre tre grandi manifestazioni nazionali degli agenti. La prima avvenne nel 1999, portò in piazza diecimila agenti e fu indetta dai sindacati di polizia assieme ai Cocer di carabinieri e finanza, per protestare contro l’esecutivo di Massimo D’Alema, che aveva messo sul piatto un aumento per il rinnovo del contratto pari a 18mila lire. La seconda volta fu nel dicembre del 2006: stavolta il mal di pancia era dovuto ai 5 euro di aumento stanziati da Prodi. Per strada scesero in trentamila, e oltre alle rivendicazioni economiche gridavano slogan come «Via i terroristi dal Viminale» e «Terroristi deputati, poliziotti disgustati» (il perché lo vedremo tra poco). Prodi e i suoi ministri se ne fregarono e imposero lo stesso quello che ancora ieri un dirigente di polizia ha definito «il contratto più umiliante della nostra storia».

Il governo dell’Unione, però, in quell’occasione aveva fatto una promessa: la Finanziaria 2008 avrebbe garantito i soldi per un congruo rinnovo del contratto successivo, quello del biennio 2008-2009, tenendo conto anche della specificità del lavoro dei poliziotti. Che vuol dire riconoscere compensi adeguati per i servizi notturni, quelli esterni, i festivi lavorati e le operazioni di ordine pubblico. Per capirsi: se un agente lavora sotto copertura, è alle prese con un inseguimento o deve aspettare che gli ultrà della curva si calmino prima di farli uscire dallo stadio, non può staccare il lavoro come qualunque impiegato. È costretto a tirare avanti, magari per giorni interi. Solo che tutto questo lavoro “extra”, di fatto, negli ultimi anni non è stato mai pagato, perché sono mancati i soldi.

Appena la Finanziaria 2008 arrivò in Parlamento, gli agenti poterono rendersi conto conto di quanto valessero le promesse del governo Prodi: non un euro per il rinnovo del contratto, non un euro per la specificità del loro lavoro, non un euro per il riordino delle carriere, anch’esso atteso da anni. Così, nel dicembre del 2007, i poliziotti scesero di nuovo in piazza. Inascoltati come prima, più arrabbiati e più numerosi di prima: stavolta erano in centomila. Anche perché, a conti fatti, Prodi aveva tagliato il bilancio annuale delle forze di polizia per 1,6 miliardi. E i suoi non erano tempi di vacche magre, come quelli attuali, ma tempi di “tesoretti”, di miliardi di extra-gettito da spendere. Non per i poliziotti, però. Così si è giunti al punto che, quando i buoni-benzina scarseggiano - è successo a Roma - gli agenti delle volanti sono costretti ad anticipare di tasca loro i soldi per il pieno.

A rendere ancora più mortificante il trattamento ricevuto dal centrosinistra c’era la presenza al ministero dell’Interno, in qualità di assistente particolare del sottosegretario rifondarolo Francesco Bonato, dell’ex terrorista rosso Roberto Del Bello, finito in carcere nel 1981 e condannato per banda armata - con sentenza definitiva - a quattro anni e sette mesi. Assieme alla elezione alla Camera di Sergio D’Elia, ex dirigente di Prima Linea, che aveva scontato dodici anni di carcere perché condannato, in base alle leggi anti-terrorismo dell’epoca, per concorso nell’omicidio di un giovane poliziotto, avvenuto nel 1978. Tutte cose che non fanno piacere a chi rischia la vita per strada in cambio di 1.300 euro al mese. Tutte cose che i poliziotti non hanno dimenticato.

© Libero. Pubblicato il 6 novembre 2009.

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giovedì, novembre 05, 2009

Alla Casa Bianca la sbornia è finita

di Fausto Carioti

Farsi assegnare il Nobel per la Pace dal vetusto comitato norvegese senza aver fatto ancora nulla di pacifista era stato facile. Molto più complicato, per Barack Obama, spingere gli operai della Virginia e i portuali del New Jersey a votare per i “suoi” candidati democratici. E infatti proprio questi due Stati, chiamati alle urne nei giorni scorsi, hanno mandato al presidente americano e al mondo un messaggio molto chiaro: il momento magico di Obama è terminato, ora anche lui è un politico come gli altri, capace di prendere sonore batoste. Spendere il suo nome e la sua faccia non è più sinonimo di vittoria sicura, come hanno scoperto a loro spese i candidati governatori democratici Creigh Deeds e Jon Corzine. Sconfitti malgrado la Virginia, nelle presidenziali dello scorso anno, avesse votato a valanga per Obama, e nonostante il presidente americano avesse fatto campagna elettorale nel New Jersey per Corzine. Tutto inutile.

Un voto locale, insomma, ma dal significato politico evidente: la sbornia è finita, Obama non è più valutato degli elettori sulle promesse e sui suoi sorrisi tutti uguali, ma sulla base di quello che fa. Si è capito che il cambiamento, il «change we need» con cui si era fatto eleggere, se mai avverrà non apparirà d’incanto. Ed è naturale che a essere messa sotto accusa sia innanzitutto la “Obanomics”, la dottrina economica del presidente, che sinora ha prodotto grande aumento nella spesa pubblica con risultati impalpabili su occupazione e crescita.

I segnali d’allarme, per la Casa Bianca, sono tanti. Il primo, appunto, è che - nonostante la sua amministrazione adesso si chiami fuori dalla mischia - il presidente aveva scommesso eccome sulla vittoria dei democratici. Soprattutto nel New Jersey, dove era apparso in tre occasioni - l’ultima domenica scorsa - accanto a Corzine, governatore uscente, che Obama aveva definito un suo «partner» nella speranza di farlo brillare di luce riflessa. «Non perderemo questa elezione se vi impegnerete tutti come faceste lo scorso anno», aveva arringato il presidente. Che aveva anche prestato volto e voce per alcuni spot in favore del candidato. Quanto alla Virginia, il fatto che lo scorso anno Obama fosse stato il primo democratico in 44 anni a vincere da quelle parti dava buoni motivi di speranza. La vittoria del repubblicano Bob McDonnell con il 59% dei voti chiude ogni discorso e fa capire che il voto del 2008 era stato un’eccezione, irripetibile per chissà quanto tempo.

Il secondo problema serio, per Obama e i democratici, sono gli elettori indipendenti. Alle presidenziali di un anno fa si erano schierati per l’uomo dei miracoli. Stavolta molti di loro non sono andati alle urne, e quelli che l’hanno fatto, secondo gli exit poll, hanno scelto in maggioranza i candidati repubblicani. Mentre i giovani hanno disertato: sia in Virginia che in New Jersey gli elettori al di sotto dei 30 anni che si sono presentati ai seggi sono stati la metà rispetto allo scorso anno, quando contribuirono alla vittoria di Obama. Segno che l’elettorato d’opinione condivide sempre meno le scelte del presidente in carica. La sua politica sociale basata sul “big government”, il ritorno allo Stato assistenzialista, potrà piacere a una parte dei democratici e a certe fasce sociali, ma lascia fredda gran parte degli elettori americani. I conservatori lo sanno e hanno calcolato che Obama, in un solo anno, ha approvato interventi di spesa pubblica maggiori di quelli decisi dall’ultimo presidente democratico, Bill Clinton, nei suoi otto anni di permanenza alla Casa Bianca. E se è vero che la politica estera era argomento ben lontano dalle elezioni appena svolte, è vero pure che l’appannamento dell’immagine di Obama è dovuto anche alla sua incapacità di risolvere il conflitto in Afghanistan, sulla cui risoluzione ha puntato molto, e alla mancanza di svolte importanti in tutte le altre zone calde del mondo in cui gli Stati Uniti sono protagonisti, dall’Iraq al Medio Oriente a Guantanamo.

Terza brutta notizia per l’amministrazione Obama: il partito repubblicano non è al tappeto. Disorganizzato sì, e lo si è visto nel distretto elettorale 23 a nord di New York, al confine con il Canada. Qui il “Grand old party”, in una elezione suppletiva, si è diviso tra due candidati, Dede Scozzafava e Doug Hoffman. La prima, repubblicana ma favorevole all’aborto, si è ritirata dalla corsa a pochi giorni dal voto, invitando i suoi elettori a votare per il democratico Bill Owens; e comunque il nome della Scozzafava, che era presente sulla scheda, ha preso il 5% dei voti. Tanto è bastato a trasformare la vittoria certa dei repubblicani in una sconfitta per tre punti percentuali. Nonostante queste lacerazioni - per nulla nuove - sui temi etici, i repubblicani, un anno dopo aver lasciato la Casa Bianca a Obama, hanno mostrato di potersi prendere subito le loro rivincite.

Soprattutto, la sconfitta incassata dai candidati di Obama fa sperare bene per il prossimo anno, quando si voterà per eleggere 36 membri del Senato, dove oggi i democratici controllano 60 voti (inclusi quelli di due senatori indipendenti) contro i 40 dei repubblicani: una maggioranza qualificata che consente al partito di Obama di neutralizzare ogni tentativo di ostruzionismo da parte dell’opposizione. Le 36 poltrone in palio nel 2010 sono divise in modo equo tra democratici e repubblicani. Questi ultimi contano di strappare qualche seggio agli avversari per ridurre le distanze e poter tornare a fare ostruzionismo. Tanto basterebbe a rendere la vita di Obama assai più complicata. Un obiettivo che da ieri appare molto meno lontano.

© Libero. Pubblicato il 5 novembre 2009.

Post scriptum. Per gli interessati, indispensabile l'analisi del voto di Karl Rove sul Wall Street Journal.

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martedì, novembre 03, 2009

Scienziati contro Darwin

di Fausto Carioti

Fosse una ipotesi scientifica come le altre, l’evoluzionismo sarebbe finito già da tempo, se non nell’obitorio della scienza, quantomeno nel reparto dei malati gravi, viste le tante discordanze che le conseguenze di questa teoria hanno con l’osservazione empirica. Ma l’evoluzionismo non è più una teoria qualunque, da sottoporre a rischio di falsificazione, come richiesto dall’epistemologo Karl Popper per distinguere ciò che è scienza da ciò che non lo è. Esso è un dogma al quale si può aderire solo mediante atto di fede. Una metafisica, insomma. Proprio come quel “creazionismo” che degli evoluzionisti è il grande nemico. Con la differenza che chi difende l’ipotesi della creazione di solito lo fa con la Bibbia in mano, e non pretende di parlare in nome della scienza.

La stessa comunità scientifica è tutt’altro che concorde con le ipotesi sviluppate da Charles Darwin nell’"Origine delle specie". La novità è che molti di questi scienziati adesso iniziano a rendere pubbliche le loro critiche. Un libro importante uscirà nei prossimi giorni per le Edizioni Cantagalli. Si intitola (e il titolo già dice tutto) "Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi", ed è stato curato da Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Il volume, che Libero ha potuto leggere in anteprima, raccoglie gli interventi tenuti in un convegno a porte chiuse che si è svolto a Roma lo scorso febbraio nella sede del Cnr. Un’occasione che ha visto a confronto biologi, paleontologi, fisici, genetisti, chimici, biologi e filosofi della scienza di livello internazionale.

La tesi illustrata 150 anni da Darwin e portata avanti dai suoi epigoni è riassumibile in tre assiomi. Primo: «Tutti gli esseri organici che hanno vissuto su questa terra sono derivati da una singola forma primordiale, nella quale la vita è stata per la prima volta infusa» (come scritto dallo stesso Darwin nell’"Origine delle specie"). Secondo: la selezione naturale è stata «il più importante, anche se non esclusivo, strumento di modificazione» attraverso il quale le forme di vita più complesse si sono evolute da quelle più semplici. Terzo, non esiste alcun “progetto”: le mutazioni sono casuali e alcune rendono certi individui più adatti alla sopravvivenza; trasmettendole ai loro eredi, rendono possibile l’evoluzione.

Un corpus teorico che, secondo i documenti che il Cnr sta per rendere pubblici, fa acqua da tutte le parti. Il fisico tedesco Thomas Seiler mette il darwinismo alla prova della seconda legge della termodinamica, secondo la quale l’entropia, che può essere definita come il caos in natura, non può mai diminuire. E «l’ipotetico emergere della vita da processi materiali indiretti, come suggerito dalla teoria evoluzionistica, non è conforme» a questa legge. Ma anche «la successione di piccole variazioni genetiche che portano alla costruzione di un organo completamente nuovo tramite selezione naturale», prevista dal darwinismo, «è una processo da escludere di entropia decrescente». Non a caso, nota Seiler, malgrado siano stati descritti più di 1,3 milioni di tipi di animali, «nessun organismo mostra segni di essere in evoluzione verso una complessità maggiore. Come previsto, l’entropia biologica non sta diminuendo». Insomma, la fisica stessa si ribella all’ipotesi darwiniana.

L’evoluzionismo presuppone inoltre lunghissimi tempi geologici, nei quali - come affermano i suoi sostenitori, «l’impossibile diviene possibile, il possibile probabile e il probabile virtualmente certo». La sequenza degli strati dei fossili marini, ad esempio, secondo i darwinisti confermerebbe processi durati milioni di anni. Ma il paleontologo francese Guy Berthault sostiene che, calcolato con nuovi metodi più attendibili, il periodo di sedimentazione dei fossili si rivela assai più breve di quanto creduto sinora e il tempo degli sconvolgimenti geologici si accorcia drasticamente. Tanto da essere «insufficiente per l’evoluzione delle specie, come risulta concepita dai sostenitori dell’ipotesi evoluzionista».

Dominique Tassot, che in Francia dirige il Centre d’Etudes et de prospectives sur la Science, invita a non confondere tra «micro-evoluzione» e «macro-evoluzione». Nel primo caso rientrano le mutazioni adattative accertate, che riguardano caratteri secondari come il colore, lo spessore della pelliccia di un animale, l’altezza, la forma del becco e così via. Ma «è paradossale», sostiene, «estendere il significato della parola “adattamento” per indicare l’evoluzione di nuovi organi del corpo», come «il passaggio dalle squame alle piume o dalle pinne alle zampe», esempi di macro-evoluzione: fenomeno «che manca di qualsiasi verifica empirica o di base teorica».

Il genetista polacco Maciej Giertych sottolinea che «siamo a conoscenza di molte mutazioni che sono deleterie» e anche «di mutazioni biologicamente neutrali», ma le cosiddette «mutazioni positive», che consentirebbero l’evoluzione delle specie, «sono più un postulato che una osservazione». L’esempio che più di frequente viene fatto, l’adattamento di certe erbacce al diserbante atrazina, «in nessun modo aiuta a sostenere la teoria dell’evoluzione», perché si tratta di un adattamento «positivo soltanto nel senso che protegge funzioni esistenti», ma «non fornisce nuova informazione, per nuove funzioni o organi». A conti fatti, secondo Giertych, «l’evoluzione dovrebbe essere presentata nelle scuole come un’ipotesi scientifica in attesa di conferma, come una teoria che ha sia sostenitori che oppositori. Per di più, sia gli argomenti a favore della teoria che quelli contrari dovrebbero essere presentati in modo imparziale».

La verità, banale e meravigliosa allo stesso tempo, è che, come scrive de Mattei, «dal punto di vista della scienza sperimentale, entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare».

© Libero. Pubblicato il 3 novembre 2009.

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