mercoledì, novembre 25, 2009

La sinistra non sa più ridere (se ne accorge persino il Manifesto)

Madonna che tristezza, che pianto, che gente lugubre. Non sanno più scherzare, non hanno più idea di cosa siano il sorriso e il sano cazzeggio. Il loro unico modello di confronto politico è la versione 2009 di piazzale Loreto.

E' successo che il mensile Rolling Stone ha eletto Silvio Berlusconi rockstar dell'anno. Basta leggere le motivazioni del gesto per capire di cosa si tratta: «Per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock&roll va persino stretta. I Rod Stewart, i Brian Jones, i Keith Richards dei tempi d'oro sono pivellini in confronto. La "Neverland" di Michael Jackson è una mansardina in confronto a Villa Certosa, e via così». Insomma, una sana goliardata. E come tale, infatti, è stata presa sia dal sottoscritto, su Libero, sia da Vittorio Macioce sul Giornale. Scrive ancora Rolling Stone, a scanso di equivoci: «Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio, la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest'anno, un'incredibile popolarità internazionale».

Bene. Anzi, no, male. Perché a sinistra succede il finimondo. Rivolta dei lettori di Rolling Stone (qui e qui). Gente che scrive robe simili: «Anche Rolling Stone ha contribuito a pubblicizzare l'immagine dell'uomo che sta contribuendo alla rovina della democrazia italiana»; «Ecco l'ennesimo triste primato del Nano Puttaniere: autoproclamarsi rockstar dell'anno non l'aveva mai fatto nessuno»; «La vostra ironia stile striscia che fa l'1% di satira e per il restante 99% lecca il culo sta diventando nauseante»; «Questo numero lo usero sopratutto la prima pagina per pulirmi il culo e poi vi manderò la foto» (non ho riscritto quest'ultima frase in italiano, preferendo copiarla e incollarla così come è, perché utile a definire la personalità di chi l'ha scritta). E così via, da un travaso di bile all'altro.

E meno male che c'era quel paragone con Neverland e Michael Jackson, non proprio lusinghiero, e meno male pure che quella copertina raffigura Berlusconi che strappa il tricolore, che proprio un complimento per un premier non lo è. Ma niente da fare, il riflesso pavloviano è scattato e non lo ferma più nessuno.

I neuroni dei compagni stanno messi davvero male, tanto che se ne accorge persino il Manifesto, in un articolo pubblicato oggi e ripreso sul sito di Rolling Stone. Scrive Marco Mancassola sul Manifesto: «La situazione si complica quando guardiamo alle reazioni da sinistra: per nulla entusiaste dello scherzo, perplesse e persino gelide. Al primo diffondersi della notizia la rete si riempie di dibattiti indignati. (...) Il popolo della rete, in teoria giovane e consapevole degli spiazzanti codici della comunicazione, non apprezza o forse non comprende. Alla sede della rivista confermano di ricevere una valanga di mail di insulti».

Perché questa tragedia? Scrive ancora il Manifesto: «Ora, quando una provocazione stenta a venire riconosciuta ci sono due possibilità. La prima è che si tratti di un'operazione troppo ambigua: Rolling Stone avrebbe dovuto strizzare l'occhio ai suoi lettori, dichiarare in modo più palese le intenzioni scherzose. Ma questo avrebbe sminuito la provocazione, che colpisce proprio l'ambiguità dell'era in cui viviamo: nel sistema del grande spettacolo pop, nostro malgrado, la rockstar non è chi ci piace ma semplicemente chi si prende il palco. Celebrazione e irrisione non sono sempre distinguibili e chi calca quel palco non se ne cura. Anche su questo si fonda il suo potere. L'altra possibilità è che la provocazione sia invece ben fatta, ma il pubblico italiano, anche quello giovane, anche quello di sinistra, non sia in grado di riconoscerla. Possibilità inquietante perché significherebbe che in un paese governato nostro malgrado dai codici dello spettacolo, del paradosso, del grottesco, dell'ironia più o meno postmoderna, assistiamo a un'improvvisa caduta nella capacità di comprendere e gestire questi stessi codici».

Ecco, c'è una terza possibilità, di cui il Manifesto non parla. E cioè che siano quindici anni che il popolo della sinistra viene nutrito mediante livore, odio politico e antropologico, da gente che scrive che chi non la pensa come loro è un idiota o un delinquente. E che magari pretende di fare satira intelligente invocando l'omicidio di Renato Brunetta. Con il risultato che ormai ci sono milioni di individui (pur sempre minoranza, vivaiddio) che se non gli scrivi che Berlusconi è peggio di Adolf Hitler nemmeno ti stanno a sentire. Che se poco poco ti limiti a prenderlo garbatamente per il sedere, Berlusconi, come ha fatto Rolling Stone, senza invocare su di lui il giudizio finale di qualche macellaio del popolo, ti danno del lurido fiancheggiatore.

Che pena, che tristezza.

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Berlusconi, Fini e Bersani: riforme improbabili, ma possibili

di Fausto Carioti

Non è certo l'autostrada che vuole Silvio Berlusconi, e alla fine non è detto che porti proprio dove vuole lui. È un sentiero in salita, zeppo di ostacoli. Che passa attraverso quel campo minato che sarà la campagna elettorale per le regionali. Ma per la prima volta, in questa legislatura, si intravede un percorso possibile per tirare fuori il premier dai processi, fare una riforma della giustizia degna di questo nome, sottrarre il Parlamento e il potere politico dai condizionamenti della magistratura e dare un nuovo assetto istituzionale al Paese. Un altro mondo rispetto a quello di una settimana fa, quando la legislatura sembrava a un passo dalla fine. Ovvio che il baratro potrebbe riaprirsi nel giro di ore: nella politica italiana si naviga a vista e basta poco a far precipitare la situazione. Però nessuno avrebbe scommesso un euro che in così poco tempo sarebbe cambiato tanto.

Anche perché stavolta Gianfranco Fini - che ieri, incalzato da Ferruccio De Bortoli, ha fatto capire di non avere ancora le idee chiare sul proprio futuro - non si è messo di traverso, ma è apparso cautamente disponibile a trovare un'intesa complessiva con l'odiato alleato. Fini ha detto che, anche se «si può discutere sulla bontà del provvedimento in discussione al Senato», una legge sul processo breve è comunque necessaria, perché «è giusto garantire tempi certi nei processi». Confermando così che, nonostante gli stracci volati negli ultimi giorni, l'intesa raggiunta sul disegno di legge può andare avanti, e diventerà ancora più solida se dalla proposta sarà tolta la parte gradita ai leghisti, quella che impedisce l'applicazione del processo breve ai reati legati all'immigrazione.

Un altro gesto importante è venuto dagli esponenti della vecchia Alleanza nazionale che, a Montecitorio, hanno firmato la proposta di legge per reintrodurre quella immunità parlamentare che era stata cancellata dall'articolo 68 della Costituzione nel 1993, sull'onda delle inchieste di Tangentopoli. Sono cento i deputati del PdL che l'hanno sottoscritta. Il primo firmatario, Silvano Moffa, è vicinissimo a Fini, come altri che l'hanno siglata assieme a un gruppone di berlusconiani. Lo stesso presidente della Camera ha benedetto l'iniziativa, dicendo che «non è uno scandalo» parlare di immunità, anche perché essa è già prevista per i parlamentari europei. Eppure, meno di due settimane fa, la deputata del PdL Margherita Boniver aveva presentato una proposta di legge per chiedere la stessa cosa, e nessuno dei parlamentari del suo gruppo l'aveva seguita. «I tempi non sono maturi», spiegavano. Se in tredici giorni lo sono diventati, vuol dire che qualcosa si è mossa.

Certo, non sarà l'immunità parlamentare, i cui tempi di approvazione sono lunghissimi, né la possibile introduzione del lodo Alfano all'interno della Costituzione, a salvare Berlusconi dai processi. Almeno non in prima battuta. Questo è un lavoro che, nelle intenzioni del Cavaliere, dovrà essere fatto dalla legge sul processo breve o da qualche altra norma ordinaria. Che magari finirà bocciata dalla Consulta, ma garantirà tempo quanto basta per fare approvare un solido scudo costituzionale.

Segnali di disponibilità, ieri, sono arrivati persino da Pier Luigi Bersani. Il quale ha chiesto al PdL, come condizione per sedersi al tavolo e parlare di giustizia, di far sparire subito la proposta per il processo breve. Ovviamente Berlusconi gli risponderà picche e il segretario del Pd non cederà, perché non può permettersi di regalare altri voti ad Antonio Di Pietro, che con le elezioni regionali dietro l'angolo non aspetta altro. Il dialogo possibile, tra PdL e Partito democratico, non riguarda infatti la giustizia, ma l'assetto istituzionale. E qui la nomina di Luciano Violante a responsabile del Pd per la riforma dello Stato rappresenta una discreta garanzia.

Violante, infatti, ha dato il nome alla bozza di legge approvata la scorsa legislatura in commissione Affari costituzionali, prima che il governo Prodi passasse a miglior vita e le Camere fossero sciolte. La bozza Violante prevede la riduzione dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto (nasce il Senato federale, mentre la fiducia al governo la vota solo la Camera). Il premier ha il potere di nominare e revocare i ministri e viene ridotta la possibilità del governo di ricorrere ai decreti. L'opposizione ha la possibilità di far votare i suoi provvedimenti. Questo testo, ha detto ieri Fini, può diventare legge in pochissimi mesi. Bersani concorda e dice che il Pd è pronto.

Il fronte berlusconiano, invece, è molto tiepido. Gli uomini del Cavaliere ritengono la bozza Violante «una riforma parziale e micragnosa». E fanno notare ai finiani che appiattirsi oggi su una riforma disegnata dal centrosinistra quando il PdL era minoranza non è un capolavoro di alta politica. Ciò nonostante, il Popolo della Libertà è disponibile a discutere della bozza Violante, a patto che essa sia considerata un punto di partenza, non d'arrivo, e che venga affiancata da una riforma costituzionale della giustizia. Più di questo, al momento, non si può ottenere. Ma il fatto che il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, già gridi allo scandalo e parli di «prove tecniche di inciucio», vuol dire che forse qualcosa di buono ne può venire fuori.

© Libero. Pubblicato il 25 novembre 2009.

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martedì, novembre 24, 2009

Silvio Rocks


di Fausto Carioti

Born to be wild. Nato per essere selvaggio. Uno come Silvio Berlusconi lo devi mettere in competizione con Mick Jagger e Bruce Springsteen, mica con Dario Franceschini, che ti addormenti solo a guardarlo. Una vita da vera rockstar, quella del Cavaliere. «Piena di guai», proprio come cantava Vasco, e come le procure di Milano e Palermo possono confermare. «Una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormi mai», se è vera solo la metà delle cose che si leggono nel libro di Patrizia D’Addario, dal quale l’ego machista del premier rischia di uscire ulteriormente rafforzato. «Più di una volta», scrive la escort raccontando la sua notte con Berlusconi, «spero si addormenti. Ma quando sembra che dorma, lì dove avete capito che gli piace di più farlo, con la testa fra le mie cosce, si riprende, corre in bagno, si butta sotto la doccia fredda e riparte». Se il mondo della politica ancora fatica a comprenderlo, quello della cultura di massa, che invece ha gli strumenti per farlo, il fenomeno l’ha capito benissimo: l’edizione italiana di Rolling Stone, bibbia mensile della musica rock, ha appena eletto Berlusconi star dell’anno, essendosi distinto nel corso del 2009 «per evidenti meriti dovuti a uno stile di vita per il quale la definizione di rock & roll va persino stretta». Il suo rivale «abbronzato», Barack Obama, si è dovuto inchinare, classificandosi secondo. Terzo Joseph Ratzinger, «ma solo perché ha fatto questo mese un disco con la Geffen», l’etichetta dei Nirvana dei tempi d’oro, spiega la rivista. Così la prossima copertina mostrerà il Cavaliere ritratto da Shepard Fairey, lo stesso che ha fatto il manifesto-simbolo della campagna elettorale di Obama, insomma l’Andy Warhol dei tempi nostri. Pensavamo di aver eletto un premier, ci troviamo tra le mani una vera icona pop.

Il direttore di Rolling Stone, Carlo Antonelli, la spiega così: «Siamo ben fuori dal dispensare giudizi da destra o da sinistra. Siamo solo osservatori che constatano ciò che è avvenuto e avviene ogni giorno. I comportamenti quotidiani di Silvio, la sua furia vitale, il suo stile di vita inimitabile, gli hanno regalato, specie quest’anno, un’incredibile popolarità internazionale». Voglia di ironizzare sul premier? Di sicuro c’è anche quella, dato che tra le motivazioni del riconoscimento si legge che Neverland, la tenuta di Michael Jackson, «è una mansardina in confronto a Villa Certosa», e che il disegno di Fairey lo rappresenta nell’atto di strappare il tricolore. Ma c’è pure la consapevolezza che uno come lui non lo spieghi solo con le categorie della politica (e infatti i post-comunisti e i neo-bacchettoni di Repubblica ancora non capiscono come facciano gli italiani a votarlo, né lo capiranno mai). Insomma, Berlusconi difficilmente lo ammetterà, ma essere inserito tra le leggende del rock & roll lo inorgoglisce di brutto. A Pier Luigi Bersani e Gianfranco Fini, per dirne due a caso, non succederà mai.

Così come è facile immaginare il ghigno del Caimano davanti a certi passaggi di “Gradisca, presidente”, il libro della D’Addario che lui ovviamente negherà di avere mai letto. Sentite qui che roba: «Sono molto più giovane di lui, e diciamo anche abbastanza esperta. Ma a tratti temo di non farcela a reggere i suoi assalti. Prende qualcosa? Me lo hanno chiesto molte volte. Non lo so, non ne ho avuto prova». Alzi la mano, tra i maschietti, chi non vorrebbe arrivare ai 73 anni con una simile certificazione di qualità. Da vera rockstar, anche in questo caso. Almeno quanto il suo quasi coetaneo James Brown, che cantava «Stay on the scene like a sex machine». Un modo di stare sulla scena che al Cavaliere riesce benissimo. Con la differenza che, da bravo sciupafemmine latino, il nostro sa essere dolce persino il mattino dopo: «Mi bacia molto anche durante la colazione, prende i dolci, li spezza e mi imbocca. Restiamo insieme quasi un’ora», scrive la escort. Roba da fidanzatini, e stai sicuro che c’è qualche milione di italiane che ogni giorno aspetta inutilmente simili gesti di affetto dal proprio marito. Se questo deve essere il libro che fa a pezzi Berlusconi, il rischio è che ne esca ancora più glorificato.

Ora immaginate cosa può pensare uno così, che è riuscito a fare della sua vita un’opera d’arte postmoderna detestata da molti e ammirata da tanti, delle polemiche tra Giulio Tremonti e Renato Brunetta, o del simpatico ministro Gianfranco Rotondi, che a pochi mesi dalle elezioni si mette a parlare male della pausa pranzo, cioè una delle istituzioni sociali su cui si regge questo Paese. O quale opinione possa avere dei suoi avversari, che dinanzi a uno che ruba le copertine ai Rem e a Madonna fanno ancora di più la figura dei nanetti da giardino. Se ne frega, se va tutto bene. E se va male li tratta come fastidiosi impicci al suo disegno, che adesso per andare avanti ha bisogno di rimuovere il rischio di una condanna penale. The show must go on. E allora via rockeggiando verso il processo breve, il ritorno dell’immunità parlamentare, il lodo Alfano in versione costituzionale e ogni altra cosa che possa consentirgli di continuare a suonare indisturbato. Perché da quindici anni sul palcoscenico italiano c’è una sola star. Il pubblico ora lo applaude, ora s’incavola. Ma tutti gli altri stanno dieci passi indietro, e sono lì solo per fargli il coro. E il bello è che molti di loro non l’hanno nemmeno capito.

© Libero. Pubblicato il 24 novembre 2009.

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sabato, novembre 21, 2009

La Roma alta e la Roma bassa

di Fausto Carioti

Non conosci Roma, e non puoi capire vicende come quella di Brenda, di Piero Marrazzo e di tutto quel mondo ricco e potente che è passato nei seminterrati bui di via Gradoli, se non sei mai stato sulla spiaggia di Capocotta. Qui nei mesi estivi, nude o quasi, signore della Roma bene prendono il sole leggendo gli ultimi titoli del catalogo Adelphi. Ogni tanto, qualcuna si alza pigra dal lettino e va a farsi un giro tra le dune dietro la spiaggia. Dove trova ad attenderla i figli del popolo, e tutti insieme mettono in scena l’unione dell’alto con il basso, meglio ancora se con l’infimo. A rispettosa distanza, Rolex al polso, tradizione vuole che il marito cornuto si goda la scena. La fusione tra l’oro patrizio e il sangue della plebe è il rituale più antico della capitale, che all’oro e al sangue deve i suoi colori. «Senato e popolo romano» erano le due gambe dell’urbe quando stava al centro del mondo. Lo sono ancora adesso che Roma non conta più nulla e che di oro ce n’è poco. Il sangue plebeo, in compenso, continua a scorrere abbondante. E quello di Brenda non sarà certo l’ultimo.

È sulla spiaggia di Capocotta, a pochi metri dalla tenuta presidenziale di Castel Porziano, che all’età di appena sette anni la Repubblica italiana perde la sua innocenza. È la mattina dell’11 aprile del 1953. Un giovane manovale scopre sul bagnasciuga il corpo della ventunenne Wilma Montesi, scomparsa di casa due giorni prima. Indossa sottoveste e mutandine, qualcuno le ha tolto il reggicalze. Bella, con un fisico da maggiorata come si addice all’epoca. L’autopsia dirà che è morta vergine.

Non si saprà mai come è andata davvero. Le indagini però si concentreranno su quello che avveniva nella tenuta di Capocotta del marchese Ugo Montagna. Qui uomini politici di alto livello, rampolli illustri, nobili di casa in Vaticano, ufficiali di polizia e altri servitori dello Stato si sarebbero intrattenuti assieme a ragazze disponibili in festini a base di coca e sesso. Wilma Montesi, figlia di un falegname, poco prima di morire avrebbe partecipato all’ultimo di questi happening riservati alla crema di Roma. Nel tritacarne, accusato di avere ucciso la ragazza, finisce un giovane musicista: Piero Piccioni. Il prezzo lo paga suo padre Attilio, democristiano e vicepresidente del consiglio, candidato a guidare il governo: per lui la carriera è finita, la sua corsa è fermata a un metro dal traguardo. Per il quarantacinquenne Amintore Fanfani la defenestrazione di Piccioni segna invece il momento del decollo. Tanto che tutti lo indicano come il “mazziere”, l’uomo che controlla i dossier dello scandalo politico-sessuale e indirizza le indagini dove vuole. Piero Piccioni poi risulterà innocente, e la storia dei festini nella villa di Montagna sarà ridimensionata dai processi. Ma intanto Fanfani non si ferma più. E l’innocenza di un’intera classe dirigente è perduta per sempre.

Lo capiscono sulla loro pelle i comunisti, che affibbiano il termine di “capocottari” ai rivali democristiani e provano subito a cavalcare la pubblica indignazione. Uno di loro, soprattutto: l’avvocato penalista Giuseppe Sotgiu, esponente del Pci, presidente della provincia di Roma e grande accusatore al processo Montesi. Finché nel novembre del 1954, indagando sulla morte di Maria Teresa Montorzi detta “Pupa”, giovane prostituta morta per droga in circostanze sospette, il quotidiano filo-governativo Momento Sera scopre che Sotgiu e sua moglie sono habitué della casa di tolleranza di via Corridoni, in zona Prati, dove pagano ragazzi di entrambi i sessi per fare giochi erotici. E così si scopre che pure nel Pci di Palmiro Togliatti non si disdegna di sfruttare sessualmente i figli del popolo. Anche per Sotgiu, manco a dirlo, carriera finita.

Certo, a destra accade di peggio: c’è chi le figlie del popolo le ammazza. Come Giampiero Parboni Arquati, Gianni Guido e Angelo Izzo. Confusamente fascisti, impaccati di soldi, nel settembre del 1975 mettono in scena lo stupro di classe, con omicidio finale. “Rimorchiano” due ragazze di periferia, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez e, assieme al loro complice Andrea Ghira, le violentano e provano ad ucciderle. Con Rosaria ci riescono. Donatella però sopravvive e racconta all’Italia cosa è accaduto in quella villa del Circeo e cosa passa per la testa della meglio gioventù pariolina.

Ma il massacro del Circeo risponde a un cliché si sarebbe potuto replicare in ogni parte del mondo. Roba vista anche nei romanzi di Bret Easton Ellis. Quello che solo qui può accadere, invece, è che la “Roma bene” che più bene non si può e la Roma criminale, sporca e unta, si guardino da sempre con rispetto, si frequentino e si completino a vicenda. Che poi è uno dei tanti motivi che hanno spinto Pier Paolo Pasolini a interessarsi di questa città e dei suoi angoli più bui. In uno dei quali, sull’idroscalo di Ostia, il regista perderà la vita, ammazzato al termine di una serata e di anni trascorsi a cercare sesso a pagamento con i marchettari di borgata. Lui, il poeta contadino che odiava l’urbanizzazione, l’intellettuale più potente della sinistra, costretto ad amare e inseguire quei ragazzotti che la vita in città e due soldi in tasca avevano reso - parole sue - «sciocchi, presuntuosi, vanitosi, cattivi». Gente come Pino Pelosi, detto “la Rana”, che passò con lui l’ultima notte.

Solo in una città come questa magistrati e poliziotti possono ritenere credibili, e seguire per anni, piste basate su frequentazioni tra i peggiori delinquenti della città, il politico cattolico più potente d’Italia e le somme gerarchie vaticane. L’idea che Giulio Andreotti avesse commissionato a Danilo Abbruciati (il “Nembo Kid” di Romanzo Criminale), Enrico De Pedis (il “Dandi”) e agli altri trucidi della banda della Magliana l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, compiuto nel marzo del 1979, ha retto per un quarto di secolo. Solo nel 2003 Andreotti è stato assolto dalla Cassazione - dopo una condanna in secondo grado a 24 anni - dall’accusa di essere il mandante. Ipotesi che sarebbe stata subito liquidata come fantapolitica ovunque, ma non qui. E solo all’ombra del cupolone possono essere prese sul serio rivelazioni secondo le quali nel 1983 monsignor Paul Casimir Marcinkus - all’epoca presidente dello Ior, la banca del Vaticano - avrebbe fatto rapire Manuela Orlandi usando la solita manovalanza della Magliana.

Perché chi cerca le prove degli intrecci più indecenti e incredibili qui a Roma le trova. Come la tomba di De Pedis collocata all’interno della centralissima basilica di Sant’Apollinare, per imperscrutabile decisione del cardinale Ugo Poletti. Il boss della mafia romana sotto l’immagine della Madonna: migliore metafora dell’eccelso e dell’infimo, che in questa città si toccano da millenni e per l’eternità, non si potrebbe trovare. Per questo il via-vai nel mondo oscuro di via Gradoli da parte della Roma altolocata, che in queste ore si nasconde impaurita, non è nulla di nuovo né può stupire. A Roma si è visto di molto peggio.

© Libero. Pubblicato il 21 novembre 2009.

venerdì, novembre 13, 2009

Il caso Cosentino rompe la tregua tra Berlusconi e Fini

di Fausto Carioti

La tregua fragile appena raggiunta da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, suggellata dal testo di legge sul processo breve, scricchiola e minaccia di rompersi davanti alla candidatura di Nicola Cosentino. Il sottosegretario all’Economia, per il quale un gip di Napoli ha inviato a Montecitorio la richiesta d’arresto per concorso esterno in associazione camorristica, ha confermato di voler correre come presidente della Campania, nonostante il veto di Fini. Intenzione ribadita ieri sera dopo un colloquio di mezz’ora con il presidente del Consiglio. «Sono convinto che Cosentino non sarà candidato e Berlusconi condivide l’idea che sia inopportuno candidarlo», aveva detto mercoledì sera il presidente della Camera. Ventiquattro ore dopo, uscito da palazzo Grazioli, Cosentino ha fatto capire che le cose non stanno proprio così. «Mantengo la mia candidatura. Berlusconi ne ha preso atto», ha riferito il sottosegretario. Va da sé che, se il Cavaliere avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo con un gesto. Ma non lo ha fatto, e per Fini e i suoi questo ha il sapore di una dichiarazione di guerra.

Eppure il disegno di legge presentato ieri in Senato dal Popolo della libertà per introdurre il processo breve - e cavare il premier fuori dai guai giudiziari - sembrava aver suggellato un equilibrio, per quanto precario, tra Berlusconi e Fini. Intanto perché il testo, a conti fatti, è meno imbarazzante di quanto ci si potesse aspettare. Molto meno brutto, sicuramente, di quanto voglia far credere la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che ieri ha fatto la scena madre davanti ai giornalisti, sbattendo il testo del provvedimento su una porta e sostenendo che «processi come Eternit, Thyssen, Cirio e Parmalat andranno al macero». Vivaiddio, non è così. Intanto la norma si applica solo nei casi in cui la pena prevista «è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione», e già questo fa salvi i processi per i crac Cirio e Parmalat. La legge non intacca poi i processi ai recidivi né quelli per un lungo elenco di reati che possono prevedere una pena inferiore ai dieci anni, come la circonvenzione di incapaci, la pornografia minorile e il traffico di rifiuti. Niente accadrà nemmeno al caso Thyssen e a tutti gli altri processi simili, poiché le violazioni delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro sono escluse dall’applicazione della norma.

Se poi, durante l’esame del testo in Parlamento, dovessero emergere ambiguità, la maggioranza può sempre migliorarlo, facendo chiarezza sulle zone grige. Cosa che infatti non esclude Gaetano Quagliariello, secondo firmatario del disegno di legge. Il vice-capogruppo del PdL assicura a Libero che quella presentata ieri «non è una legge speciale, ma una legge parlamentare come tutte le altre, e come tale avrà il suo iter». Anche se, avverte, non saranno ammessi stravolgimenti: «È una legge sulla quale si è riflettuto, e se si riflette molto nella fase iniziale gli spazi di riflessione successiva si riducono».

Soprattutto, oltre a non essere così brutta, la legge presentata ieri è ritenuta necessaria da chi, pur non reputando Berlusconi un santo, crede che sia stato oggetto di un particolare accanimento da parte delle procure. Specie da quando ha deciso di entrare in politica. E tra chi la pensa così c’è lo stesso Fini, che pure avrebbe più di un motivo per provare a dare la spallata finale al Cavaliere.

Proprio perché la situazione è così delicata, la legge rappresenta un piccolo miracolo di equilibrismo. Come ha detto il finiano Italo Bocchino, vicecapogruppo del PdL alla Camera, quello presentato ieri «è il testo rispetto al quale c’è stata una convergenza tra Berlusconi e Fini nel colloquio dell’altro giorno». E l’ex leader di An aveva garantito che, se il testo non fosse cambiato, l’accordo avrebbe retto. Certo, dentro quelle otto pagine il presidente della Camera e i suoi hanno trovato una sorpresa che non hanno gradito: in ossequio alla Lega, tra i reati che non potranno approfittare del processo breve ci sono quelli per immigrazione clandestina. Norma che i finiani definiscono «ridicola» e che non escludono di cancellare in Parlamento. Ma che ritengono, tutto sommato, «una sbavatura che non produrrà conseguenze politiche sull’intero disegno disegno di legge». Insomma, non sarà quello il problema.

Il problema rischia invece di essere Cosentino. Che in questa fase tra lui e Berlusconi ci sia un gioco delle parti è cosa chiara a tutti, Fini per primo. Il premier non ha dato a Cosentino alcuna investitura ufficiale, ma lo stesso si può dire, al momento, di tutti i candidati del centrodestra alle regionali. Può staccargli la spina quando vuole, ma intanto non lo fa e non è detto che lo faccia. Anche da questo si capisce che Berlusconi è stanco di farsi imporre le scelte dagli alleati, dalla magistratura e dal Quirinale. La necessità di ottenere una legge che lo metta al riparo dai processi, per ora, lo costringe a tenere a freno i suoi istinti. Ma la voglia di far saltare il tavolo e tornare al voto è sempre più forte.

© Libero. Pubblicato il 13 novembre 2009.

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